
L’icona di Santa Maria in Vescovio
L’Antica Cattedrale dei Sabini, definita anche Santa Maria in Vescovio, è un gioiello di fede e storia.
Dal 24 settembre 2024 è riconosciuta come Santuario di rilevanza diocesana, testimonianza luminosa della secolare devozione mariana che qui trova espressione.
In questo Santuario la presenza di Maria si fa dolce dimora. La Madonna, onorata con il titolo di Madonna di Vescovio, attende, accoglie, consola, sussurra parole d’eternità e con tenerezza materna guida ogni anima assetata alla Fonte viva, al cuore stesso dell’Amore: Gesù.
La sua sacra immagine, oggetto di una particolare venerazione, campeggia al centro dell’abside, dietro l’altare, al di sopra della cattedra episcopale. Non è l’originale, ma una copia del XV secolo di una perduta versione molto più antica prodotta in ambito orientale.
La tavola, alta 115 cm e larga 95 cm, si compone di tre assi di pioppo rinforzate da due traverse in castagno con sezione a coda di rondine incassate sul verso del dipinto. È incorniciata su tre lati da un bordo decorato con un paio di tralci di vite sinuosi, arricchiti da pampini, viticci e grappoli d’uva dal tono violaceo, interrotti nei due angoli inferiori da sovrapposti scudi araldici che recano le insegne del cardinale Bernardino López de Carvajal (1456-1523). L’immagine della vite che produce abbondanti frutti, oltre alla sua valenza ornamentale, riveste un significato profondo. Richiama la parabola di Gesù raccontata nel Vangelo di Giovanni (15,1): Cristo, la vera vite, si trova tra le braccia di Maria; e noi, come tralci uniti a Lui attraverso Maria, siamo chiamati a portare frutti di vita eterna.
All’interno della cornice due bande cromatiche successive creano un doppio ordine di delimitazione: la più esterna in rosso vivo è sottile e brillante; la seconda in rosso scuro è leggermente più larga e intensa. L’incontro dei due toni genera un gioco visivo di ritmo e profondità, capace di attrarre lo sguardo verso il campo centrale che, interamente campito di azzurro, mette in risalto l’immagine
familiare della Madonna col Bambino.
Maria è la Mater Dei, la Theotókos. Questo titolo mariano, sancito formalmente nel 431 dal Concilio ecumenico di Efeso che definisce la divina maternità di Maria, è fondamentalmente una dichiarazione cristologica e trinitaria. Abbiamo davanti agli occhi, alla mente e al cuore l’immagine del Mistero della Madre di Dio, professione visiva di fede del mistero centrale del nostro credo: il Figlio di Dio che si fa uomo e muore e risorge per la nostra salvezza.
La Vergine, ritratta in piedi a mezzo busto, indossa un prezioso e regale maphòrion bianco ricamato in oro con stelle alternate a composizioni di fiori stilizzati e melagrane, simbolo d’immortalità e di resurrezione. Il mantello bordato con gallone aureo incornicia il volto, ricade sulle spalle con un panneggio di pieghe morbide e ricopre una tunica azzurra, che affiora appena dalla scollatura e dalle maniche, evocando insieme divina maternità e dignità regale. La tunica ha il colletto impreziosito da una serie di caratteri pseudo-cufici, motivo a scopo ornamentale assai diffuso. Il Bambino veste una tunica bianca con bordo dorato, un chitone celeste con clavus blu scuro e un ampio himation rosso drappeggiato con decorazioni in oro.


Eloquenti sono i loro gesti. Il Figlio non ha la fisionomia di un fragile bambino e i gesti delle mani ripetono quelli del Pantocrator, del Signore onnipotente. Benedice con la mano destra: l’indice e il medio, sollevati e uniti, alludono alla duplice natura, umana e divina. Stringe, con la sinistra, un rotolo su cui è scritto il versetto 3 del salmo 8: “ex ore infantium et lactantium perficisti laudem – dalla bocca dei bimbi e dei lattanti hai ricevuto la lode”. La Madre col braccio sinistro sorregge il Bambino, appoggia la mano destra su quella sinistra a forma di croce e con le tre dita aperte e unite evoca il mistero della Santissima Trinità: la sorgente di tutti gli altri misteri della fede, la luce che li illumina.
Colpiscono anche i loro sguardi. Quello di Cristo, il cui busto è ruotato rispetto al seno materno, è diretto verso lo spazio infinito che supera il limite fisico dell’icona. Maria, in posizione frontale, con dolce fermezza cattura lo sguardo di chi si pone al suo cospetto, quasi a stabilire un dialogo silenzioso: infinita tenerezza che apre il cuore alla preghiera e alla meditazione. Un ruolo iconografico di primo piano è svolto dalle aureole dorate a rilievo che circondano le figure della Vergine Maria e del Bambino Gesù. L’aureola mariana si distingue per la complessa articolazione in tre cerchi concentrici che potrebbero essere interpretati simbolicamente come allusione al dogma della Perpetua Verginità di Maria, prima, durante e dopo il parto.
È interamente decorata con un raffinato apparato di punzonature. Si riconoscono: un serto di olivo, simbolo di pace e mediazione; le dodici stelle, richiamo diretto alla figura della “Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e una corona di dodici stelle sul capo” descritta nell’Apocalisse di san Giovanni (12,1); vari diademi, segni visibili della regalità di Maria. L’aureola che incornicia la figura del Bambino presenta i tre bracci di una croce patente, con il sole, la luna e le lettere iniziale e finale dell’alfabeto greco, Alfa e Omega, citate nell’Apocalisse (22,13) come titoli di Cristo: “Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine”.
Testi a cura di Gigliola Scaringi, membro del consiglio pastorale di Vescovio
